Ho fatto un viaggio.
Sono stato in quel signore in cravatta rinchiuso in auto col volto tirato,
e in quella collega sempre trafelata, terrorizzata dal capo o forse dalla vita
poi nell’accattone che si finge storpio al semaforo qui sotto…
Sono stato nella loro testa e nel loro cuore
E ho proseguito entrando in un soldato di diciotto anni in servizio in Iraq,
e in una mamma nella guerra seduta sulle macerie di casa sua
e ancora in un bambino con lo stomaco dilatato pur non mangiando da giorni
Sono stato nella loro testa e nel loro cuore
poi ho visitato una ragazza rumena, sola in Italia, illusa e delusa
e un bambino ricco, pieno di tutto e vuoto di carezze
e sono entrato in una anziana signora che stringeva nel pugno gli ultimi brandelli di dignità
Sono stato nella loro testa e nel loro cuore
poi sono entrato in un manager rampante in corsa per il successo,
in un operaio frustrato che vorrebbe correre… ma non sa dove,
e in un agricoltore di sesanta anni con mani grandi e robuste… ma sempre più vuote.
Sono stato nella loro testa e nel loro cuore
Infine ho esplorato un professore terrorizzato dinanzi a venti ragazzi
e sono entrato in uno di questi, spavaldo e violento nella sua folle caduta libera
poi ho visitato un premier politico con il coltello tra i denti in lotta per il potere
Sono stato nella loro testa e nel loro cuore
…e ad ogni testa ho chiesto: “cosa pensi?”
…e ad ogni cuore ho chiesto: “cosa senti?”
E ho capito.
Dio non c’entra.
Questo mondo assurdo
lo creiamo noi
ogni giorno un po’
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19 novembre 2004
16 novembre 2004
Racconti - Il sicario e il frate
La leggenda vuole che il monte La Verna si sia formato durante i terremoti seguiti alla morte sulla croce di Gesù.
Più tardi, San Francesco vi edificò uno dei suoi eremi: l’eremo de La Verna.
A guardare bene la conformazione di questo monte, sembra proprio nato di getto, quasi che le rocce siano state lanciate verso il cielo, come un urlo, una preghiera.
Una di queste rocce è nominata: Salto del Lupo, in onore del particolare rapporto che il Santo aveva instaurato appunto con i lupi che popolavano l’Appennino toscoemiliano.
E’ un luogo magico come tutti i luoghi in cui visse San Francesco: vi si respira un’atmosfera elettrica e si fanno incontri che cambiano una vita.
Un giorno un uomo oramai anziano vi si recò, spinto dal bisogno di riflettere sulla propria vita. Per anni si era guadagnato da vivere facendo il sicario: era stato uno dei migliori e le sue vittime non si contavano. Con la vecchiaia però vedeva i suoi riflessi rallentare e la sua prestanza fisica venire meno… Ma quello che ancor di più lo turbava era l’avvicinarsi della morte.
Si interrogava giorno e notte su cosa sarebbe stato di lui al termine della vita.
Si arrampicò sul monte e poi sulla roccia chiamata Salto del Lupo, con l’intenzione di sedersi a riflettere.
Arrivato in cima vi incontrò un anziano Frate Francescano, raccolto in preghiera. Un po’ seccato di non essere solo, il sicario decise comunque di approfittare della situazione per chiedere consiglio a chi probabilmente era più preparato di lui…
“Frate,” disse con tono duro “sono il miglior sicario professionista di tutta Italia, ma oggi sono in crisi. Devi aiutarmi. Parlami dell’Inferno e del Paradiso!”
Il Frate si alzò, lo fissò con occhi brillanti e disse:
“Vattene di qui, essere indegno. Questo luogo è sacro! E non permetterti mai più di rivolgermi la parola!”
Il Sicario divenne rosso in viso. Una vampata di rabbia gli strinse lo stomaco e il suo corpo tremò di energia assassina mentre prendeva il povero frate per il collo e lo sbatteva contro il tronco di un albero.
Occhi negli occhi, a pochi centimetri di distanza, il sicario ringhiò:
“Hai fatto il tuo ultimo errore frate, ora io ti…” ma non poté terminare la frase perché il frate mezzo strozzato, con un filo di voce gli sussurrò:
“Ecco figliolo… questo è l’Inferno che credevi tanto lontano.”
Il sicario mollò la presa. Realizzò in un attimo che il frate aveva rischiato la propria vita per impartirgli quell’insegnamento. Gli occhi gli si riempirono di lacrime di gratitudine e cadde in ginocchio dinanzi al frate. Piangeva anche perché in quell’attimo gli fu chiaro tutto il male che aveva fatto a se stesso oltre che agli altri.
Il frate lo aiutò a rialzarsi, lo abbracciò e con gli occhi lucidi gli sussurrò:
“E questo figliolo… è il Paradiso che credevi di non conoscere”.
Più tardi, San Francesco vi edificò uno dei suoi eremi: l’eremo de La Verna.
A guardare bene la conformazione di questo monte, sembra proprio nato di getto, quasi che le rocce siano state lanciate verso il cielo, come un urlo, una preghiera.
Una di queste rocce è nominata: Salto del Lupo, in onore del particolare rapporto che il Santo aveva instaurato appunto con i lupi che popolavano l’Appennino toscoemiliano.
E’ un luogo magico come tutti i luoghi in cui visse San Francesco: vi si respira un’atmosfera elettrica e si fanno incontri che cambiano una vita.
Un giorno un uomo oramai anziano vi si recò, spinto dal bisogno di riflettere sulla propria vita. Per anni si era guadagnato da vivere facendo il sicario: era stato uno dei migliori e le sue vittime non si contavano. Con la vecchiaia però vedeva i suoi riflessi rallentare e la sua prestanza fisica venire meno… Ma quello che ancor di più lo turbava era l’avvicinarsi della morte.
Si interrogava giorno e notte su cosa sarebbe stato di lui al termine della vita.
Si arrampicò sul monte e poi sulla roccia chiamata Salto del Lupo, con l’intenzione di sedersi a riflettere.
Arrivato in cima vi incontrò un anziano Frate Francescano, raccolto in preghiera. Un po’ seccato di non essere solo, il sicario decise comunque di approfittare della situazione per chiedere consiglio a chi probabilmente era più preparato di lui…
“Frate,” disse con tono duro “sono il miglior sicario professionista di tutta Italia, ma oggi sono in crisi. Devi aiutarmi. Parlami dell’Inferno e del Paradiso!”
Il Frate si alzò, lo fissò con occhi brillanti e disse:
“Vattene di qui, essere indegno. Questo luogo è sacro! E non permetterti mai più di rivolgermi la parola!”
Il Sicario divenne rosso in viso. Una vampata di rabbia gli strinse lo stomaco e il suo corpo tremò di energia assassina mentre prendeva il povero frate per il collo e lo sbatteva contro il tronco di un albero.
Occhi negli occhi, a pochi centimetri di distanza, il sicario ringhiò:
“Hai fatto il tuo ultimo errore frate, ora io ti…” ma non poté terminare la frase perché il frate mezzo strozzato, con un filo di voce gli sussurrò:
“Ecco figliolo… questo è l’Inferno che credevi tanto lontano.”
Il sicario mollò la presa. Realizzò in un attimo che il frate aveva rischiato la propria vita per impartirgli quell’insegnamento. Gli occhi gli si riempirono di lacrime di gratitudine e cadde in ginocchio dinanzi al frate. Piangeva anche perché in quell’attimo gli fu chiaro tutto il male che aveva fatto a se stesso oltre che agli altri.
Il frate lo aiutò a rialzarsi, lo abbracciò e con gli occhi lucidi gli sussurrò:
“E questo figliolo… è il Paradiso che credevi di non conoscere”.
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